TRENO PER LHASA

Una buona comunicazione può essere super sintetica; in genere la si comprende a posteriori e serve a metterti sull’avviso.
Nel 2007, al mio primo giorno di vacanza, mi ero svegliata con tre parole nell’orecchio, treno per Lhasa. Chiare, risonanti e non mie. Nel cercare di capire cosa implicassero, avevo raccolto una copiosa documentazione sul Tibet Express, o “Treno delle nuvole”, la linea ferroviaria che collega Cina a Tibet. Era un approccio logico, ma non doveva essere quello giusto, alla “parti e vai’” poiché allora pativo persino il traghetto del lago (anche adesso in verità). Per recarmi materialmente in quei luoghi ci sarebbe voluto il teletrasporto. Doveva significare qualcos’altro.
Avevo accantonato il tutto finché – dopo ferragosto – avevo ricevuto una telefonata da un’amica: “devi assolutamente venire a conoscere un personaggio fuori canone; è il lama taldeitali e sarà di passaggio da Milano dopodomani. L’ho appena saputo. Non perdere l’occasione!”.
Eccolo il significato, nemmeno troppo traslato! “Non perdere il treno per Lhasa, vai a incontrare chi la rappresenta”. Se quel consiglio non fosse stato dentro a lavorare, mi sarei rifiutata di andare, poiché spostarmi, in quel momento, comportava sforzo fisico e complicazioni logistiche (passaggio da trovare dato che dopo il cancro non guido più, gatti da allocare, case da chiudere e da aprire, allarmi da non allarmare ecc). Comunque ce l’avevo fatta. Peccato che il giorno dell’incontro piovesse a rovesci, il che manda sempre in tilt il traffico milanese. Eravamo stati in coda a lungo, prima di arrivare in una casa della Bassa, che più bassa non si poteva. Una vera palude, con i peggiori connotati della stessa.
Mi era scoppiata una severa emicrania, che avevo cercato di alleviare dormendo, dato che il lama – diciamo ‘zetabi’ per rispetto della privacy – era stato a sua volta coinvolto nel grande ingorgo. Solo al suo arrivo avevo saputo il motivo della sua presenza: purificare la casa e la famiglia dai malefici che sembravano perseguitarla. Cribbio, un esorcismo in tibetano!
Venti minuti di salmodie, scampanellate e chicchi di riso in testa (insieme al dolore, all’umido e al dubbio di essermi clamorosamente sbagliata) mi facevano desiderare di essere altrove. A rito terminato, il lama si era messo a disposizione di chi volesse porgli delle domande private; mi ero accodata alla fila, ma quando era arrivato il mio turno, la nipote, che fungeva da traduttrice, aveva detto che lo zio era stanco. Eh no! Slatentizzata dal malessere, mi ero seduta poco educatamente al suo fianco per accennare alla catena di segni che mi avevano condotta sino a lui (segni che in questo racconto ho tralasciato). Non avevo nessuna domanda esistenziale da sottoporgli, ero soltanto stata sospinta ad incontrarlo, fine della trasmissione. Nel parlare non lo guardavo, anche perché lui non guardava me (né alcun altro, dato che teneva gli occhi girati verso l’alto); fissavo invece la giovane monaca, anche nel tentativo di comprendere il suo inglese senza labiali; ad un certo punto mi ero accorta che la mano del lama aspettava la mia e gliela avevo data, con una punta di imbarazzo: in un nanosecondo ero stata presa da un’onda lattescente, di un calore senza temperatura, come una forza gentile, su cui cellule neuroni e pensieri avevano fatto surf.
Poi, una frase senza voce si era imposta nel mio cervello con la qualità della certezza: “il karma del dolore sta per esaurirsi. Pace”. Quando avevo ricominciato a vedere, la stanza – prima piena di persone – era vuota e sembrava pervasa da una allegra confidenza: la ragazza era completamente protesa verso di me, col viso sorridente a mezzo centimetro dal mio, mentre zetabi se ne restava imperturbabile, la mano di nuovo nelle pieghe della veste. Ne avevo di strada da macinare per smettere di criticare a priori! Ed anche per riuscire ad associare il fenomeno a quanto conosciuto dalla nuova fisica (anni dopo mi era sembrato riconducibile a quella che il fisico Dan Winter definisce “onda di compressione”).
Due mesi più tardi, il cancro – che cercavo vanamente da anni – si era lasciato individuare, incluso (anche se con stupore dei medici perché di quel tipo non succedeva mai) ed in tempo utile per essere rimosso e per mettere in sordina la nota della sofferenza. “Il karma del dolore sta per esaurirsi”.
Sono convinta che l’insieme sia stato reso possibile grazie a quell’incontro ravvicinato di qualche tipo. Quanti soggetti al mondo pensate siano in grado di mediare/esprimere quel tipo di energia? Non per niente le sue capacità lo avevano reso un personaggio (in ambiente non mediatico). Mi era stato donato il modo per poterne beneficiare… a chilometro zero. Sempre grazie.

 

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  1. graziella ha detto:

    Bellissimo. Penso che ognuno di noi debba imparare ad ascoltare i segnali che ci vengono inviati. Che sono tanto esclusivi quanto irripetibili. Io lo sto imparando nn da molto..
    Ma dal quel poco ho capito che sono unici x noi unici.
    Grazie.

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