ARRIVA IL GATTO KOSKA

Con la morte di Dharma, la supergatta, a 21 anni, restava la mamma Charlotte, che di anni ne aveva 22. Dopo tutte quelle femmmine highlander era tempo di un cucciolo e maschio. Ne cercavo uno rosso e grasso, tipo ginger inglese, e me ne era arrivato uno grigio e smilzo, niente a che vedere col velluto dei certosini o dei blu di Russia; più un color topo che rivestiva una biglia. Infatti correva talmente tanto e talmente veloce che finiva coll’inciampare e rotolare… come fosse stato una biglia. Appena dopo il suo arrivo era finito tra i piedi della signora ucraina che mi aiutava e questa, che con la cucina italiana era alquanto lievitata, aveva evitato appena in tempo di schiacciarlo: “Uh, tu picculo koska, tu rischiato!”. “Cosa vuol dire koska?”. “Gatto in russo”. Aggiudicato! Ma forse aveva troppe kappa nel nome… sembrano aver rafforzato un’esuberanza che non aveva bisogno di vitamine.

Koska aveva l’atteggiamento del gatto affamato di strada, ma doveva averlo ereditato dal padre, perché la madre Tiffany (dal nome del gioiello che amava sentire tintinnare al polso della padrona) era gatta allevata in famiglia. Anche gli animali ereditano il temperamento. Koska aveva legato subito con la vecchiotta che, dolce com’era, lo aveva accettato, modello nonna/nipote. Un pelosotto morbido, caldo e vivace era proprio quello che ci voleva per vincere la nostalgia; sembrava  non disturbarla che il suddetto le desse il tormento: le si annidava addosso, le rubava il cibo, cercava di ciucciarla e le tendeva agguati. Crescendo aveva cominciato a striarsi, sino a rivestirsi sopra con un mantello da soriano e sotto da egiziano (quel che si dice un meticcio), ma soprattutto, aveva cercato di farle capire di essere un maschio alfa.  Solo, che visto il temperamento, lo sarebbe stato per poco. Non volevamo impazzire. Ci sbagliavamo, capita.

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