PUM PUM CAVALLO

Ambra a due anni e 4 mesi aveva già dimostrato un’attrazione fatale per i cavalli, soprattutto se alti e scuri. Colpiti da tanto trasporto, al maneggio gliene avevano persino fatto “montare” uno, ma quello, non sentendosi addosso niente, aveva continuato a farsi i fatti suoi. La bambina aveva dovuto ripiegare, a malincuore, sui pony nell’attesa… che le sue gambe si allungassero.

Mi scriveva la madre “quello che non finirà di stupirmi è in che posizione corretta sa già tenere le redini, partire, fare gli esercizi di equilibrio in sella… prima ancora che l’istruttore glielo insegni. Bisogna arrendersi all’evidenza che c’è qualcosa di più nei nostri figli, qualcosa che noi possiamo solo accompagnare con attenzione”. Brava, peccato che non tutte le mamme riescano a comprenderlo da sole e serenamente.  

Fra l’altro, ritengo che l’impronta di una passata confidenza fosse vivida nella bimba ancora prima del suo effettivo incontro con l’amico equino. Infatti al ritorno da un pomeriggio col nonno, aveva cominciato a ripetere “pum pum cavallo”, quasi una cantilena. I genitori si erano chiesti a che cosa avessero giocato insieme, il compassato chirurgo con sedici mesi di nipotina, di certo non ai cow-boy… In settimana, riaccompagnata dall’avo, la piccola si era diretta, traballante ma decisa, verso la libreria, dove aveva teso il minidito: “pum pum cavallo”. A quel punto la curiosità della madre aveva preso il sopravvento: “Cosa hai fatto l’altro giorno con Ambra?” “Le ho mostrato dei libri” “Quali?” “Picasso e Fattori” (altro che la Pimpa o Peppa Pig!) “Prendili e vediamo un po’ che succede”.

Era successo che la bambina aveva scelto il testo con la copertina azzurra, per sfogliare le pagine sino all’immagine del “cavallo morto” di Giovanni Fattori. “Pum Pum  cavallo”… Elementare Watson, elementare.

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