QUANDO KOSKA SPARI’

KOSKA SPARISCE

Nella sua selvaggeria Koska era metodico: si era dato degli orari e li rispettava, alla Kant. Un pomeriggio però non era rientrato e nemmeno il giorno dopo, né quello dopo ancora.

Con mia figlia avevamo tappezzato di missing ogni palo della zona, coinvolto amici, negozianti, portinai, sconosciuti, associazioni gattofile, ENPA, ispezionato cantine, persino la cella frigorifera di un supermarket, ladro e incosciente com’era, si sa mai… Avremmo preferito saperlo morto che disperso, anche perché ogni tanto ci sembrava di sentirlo piangere.  Suggestione o empatia? Uscivamo anche di notte a chiamarlo, senza (troppo) vergognarci e agitando il barattolo delle crocchette, un richiamo per lui irresistibile. Niente. Dopo qualche giorno alla quest partecipavano anche dei cani, cui avevamo fatto annusare la copertina del micio. Quelli sniffavano e poi guardavano il padrone, come a dire “e adesso?”. Ci vuole allenamento per diventare un can da fiuto o come si dice.

Dopo due settimane di pioggia battente i missing si erano staccati e mia figlia ne aveva fatti stampare di nuovi, addirittura a colori, e aveva esteso l’area di ricerca. “O lo troviamo adesso o rinuncio, non voglio soffrire ancora”.   E chi desidera soffrire (masochisti a parte)?

Il giorno dopo era domenica e, senza nessuna voglia, ero andata a un compleanno fuori città. A un certo punto era squillato il cellulare: “Buongiorno siamo i pompieri”. Mi ero accasciata su un gradino pensando alla nostra casa in fiamme, ma subito dopo mi ero resa conto che i pompieri non potevano avere il mio numero. “Il gatto!” Non poteva trattarsi d’altro… “Pensiamo di avere trovato il suo gatto, sta bene, le passo la persona che ci ha chiamati”. “Buongiorno sono zuzu (si fa per dire) e ho qui Koska”. Neanche a farlo apposta zuzu era stata una compagna di università di mia figlia e ci conoscevamo. Quel giorno, era domenica, la sua gatta sembrava fuori di sé dal nervosismo e continuava a puntare un angolo della casa; anche Valentina sentiva un pianto, ma pensava fosse il neonato di una vicina. Però, guardando le sue finestre le aveva viste tutte chiuse, non poteva essere il nuovo arrivato se non era in casa. Allora col compagno avevano seguito la voce ed erano arrivati ai garage: in basso, dove l’acqua si raccoglie, avevano visto un gatto. Non riuscendo ad aprire le grate avevano chiamato i pompieri: due erano scesi e due erano restati su, dove avevano visto sul muro il nostro missing; si sa mai che fosse il ricercato?! Per quello conoscevano il mio cellulare. Era lui! Avevo pianto quindici giorni per il dispiacere dell’assenza? Ne avrei pianti altri dieci per la gioia della presenza.

Ma non finisce qui…

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