GATTI VINTAGE: IL GATTO FLOCCHI

GATTI VINTAGE: IL GATTO FLOCCHI

Non andavo ancora a scuola (allora l’asilo non usava, c’erano sempre la mamma, i nonni o la tata con cui stare) quando ero stata chiamata dai miei genitori: “Saluta l’amico Tomasciù” ed io: “Salute!” perché mi era sembrato uno starnuto (l’era dei teletabby e di picaciù era ancora lontana). La “faccia corta” che avevano fatto i miei non aveva avuto conseguenze e tutto era passato in secondo piano di fronte all’apertura di una scatola di cartone coi buchi (altro che gli odierni trasportini!). Ne era uscito un maestoso gatto d’angora grigio, chiamato Flocchi. Però era già grande ed aveva il suo caratterino: quando la tata mi cantava qualcosa il micione, tanto bello quanto altero, le mordeva le caviglie, come a dirle di smettere con quella lagna. Si lasciava cardare solo dalla mamma e mi stava accanto, in genere, a distanza di sicurezza. Sai che soddisfazione avere un gatto che non si lascia pastrugnare!

Un giorno c’era stato un po’ di tramestio nella nostra ordinatissima casa: convergevano tutti nella stanza della nonna, ma non era l’ora del té. Mi ci ero infilata anch’io ed ero stata a osservare. La nonna era alla macchina da cucire (a pedale, tutta nera e oro, una bellezza) e discuteva con le tre figlie su qualcosa che mi sfuggiva; poi era arrivata la cameriera col gatto Flocchi in braccio ed avevano cercato di infilarlo in una specie di mutanda bianca: lui, che già era malmostoso di suo, non aveva gradito e avevano dovuto rincorrerlo per tutta la stanza. Nella confusione generale una zia aveva sentenziato: “E’ ovvio che non gli piaccia! Manca il buco per la coda…”

Bella lì! Scoprivo in quel momento che i gatti hanno la coda, io no.

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